giovedì 13 aprile 2017

Costruiamo insieme un ponte



Ricordo ancora l'emozione, la gioia e l’orgoglio che maturò in ciascuno nel salutare una nuova era: l’introduzione della moneta unica in Europa.  Un sistema finanziario cercava di avvicinare i popoli superando le vetuste frontiere e le antiquate barriere doganali. Gli osservatori più attenti non potevano non cogliere che i diversi tagli delle banconote in euro erano accomunati dalla figura stilizzata di un ponte. Il ponte riaffermava il principio ed allo stesso tempo il valore dell’appianamento delle incomprensioni, delle disuguaglianze e delle barbarie. La costruzione di un ponte confligge con la realizzazione di un muro. Il Vallo di Adriano, La Muraglia cinese, il muro di Berlino, il muro tra Israele e Palestina, la ripresa della costruzione del muro tra Stati Uniti e Messico, i nuovi reticolati in Europa rappresentano vere e proprie architetture di egoismo, di prevaricazione e di sopruso. Nel 1989, quando cadde il muro di Berlino, sussistevano solo undici muri. Oggi ne contiamo settanta. La costruzione dei muri è una tendenza mondiale consolidata che mira a respingere la povertà. Ciò che accomuna queste moderne barriere è combattere l’avanzare dei migranti, dei derelitti, degli sfortunati. Eppure niente è di più vero di quanto ha affermato di recente Joan Baez durante il ricevimento di un prestigioso premio per la sua carriera di artista: “Costruiamo insieme un ponte, un grandioso e bellissimo ponte per accogliere ancora una volta gli esausti e i poveri. E pagheremo questo ponte con il nostro impegno. Noi, il popolo, siamo gli unici a poter creare il cambiamento”. La civiltà e il progresso dei popoli prosperano attraverso l’abbattimento dei muri e il felice incontro di culture diverse.

giovedì 9 marzo 2017

Giornata di festa o di conquista



La festa della donna è, o dovrebbe essere, la celebrazione delle bambine che stanno per nascere o di quelle che si affacciano alla vita. La ricorrenza annuale dovrà costituire per loro una puntuale verifica delle vittorie e delle sconfitte riportate nel corso della loro esistenza. Dovranno ispirarsi prima di tutto al ramoscello di mimosa che riceveranno in dono durante la loro ricorrenza. Questa pianta apparentemente fragile ed indifesa simboleggia perfettamente le battaglie vinte dalle donne nei decenni contro i venti e le tempeste dei diritti negati. Dovranno continuare le lotte portate avanti dalle donne che le hanno precedute ed hanno riguardato il diritto al lavoro, l’accesso alle carriere, l’abolizione del delitto d’onore, l’autodeterminazione rispetto al proprio corpo, il riconoscimento della violenza sessuale come reato contro la persona. Nonostante queste conquiste il ventaglio delle rivendicazioni, delle esclusioni e delle discriminazioni è infinito. Nel nostro paese rappresenta ancora una chimera la parità di genere: secondo alcuni studi per raggiungere l’equiparazione tra docenti universitari e le loro colleghe dovrà trascorrere più di un secolo; si dovrà attendere di più per conseguire la perequazione nei consigli di amministrazione o nei vertici delle diplomazie. Dopo quasi 70 anni di democrazia si favoleggia su una donna alla presidenza della repubblica o alla presidenza del consiglio. Eppure l’articolo 3 della costituzione condanna ogni forma di discriminazione e sollecita l’affermazione dell’uguaglianza delle persone e ”l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Interroghiamoci su un ulteriore dato di fatto: occupiamo gli ultimi posti della classifica in Europa per quanto concerne la partecipazione della donna al mondo del lavoro. Tanto si è fatto, ma tanto rimane da fare. La nostra realtà quotidiana sarà migliore se potrà avvalersi compiutamente del contributo dell’altra metà del cielo. La società potrà dispiegarsi nella sua interezza solo attraverso l’apporto della grazia, della creatività, della forza d’animo, della pazienza e della dolcezza delle compagne della nostra vita.

venerdì 24 febbraio 2017

Il senso profondo delle emozioni



Il carnevale che segue il Natale e anticipa la festa del papà. Registriamo una serie continua di celebrazioni imposte da un consumismo sempre più aggressivo e dominante. Un tempo il carnevale presupponeva un pizzico di inventiva da parte del creativo di casa, impersonato, a seconda del talento, dalla mamma, dal papà o da un parente precettato per questa nobile incombenza. La delicatezza del suo compito consisteva nel truccare le mascherine o  nel realizzare una serie di costumi con scampoli di stoffe pescate nella cassapanca di casa. E la festa poteva cominciare tra il sorriso e il divertimento di tutti. Oggi mi ha colpito una frase di una conoscente:” Non mando mio figlio alla scuola dell’infanzia perché non posso permettermi il costume”. A questo punto la festa dei sorrisi e del divertimento perde il suo significato e diventa la sagra della rinuncia che precorre l‘imminente quaresima. Non possiamo e non vogliamo fermare questo surreale turbinio di ricorrenze che si ripete ossessivamente durante l’anno ed implica un dispendio crescente di risorse morali e materiali. Assistiamo, al contrario, ad un incremento costante di nuove e talvolta frivole celebrazioni imposte con l’unico scopo di indurci ad osservare rituali e cerimoniali ripetitivi e meccanici. Guai a distinguersi. Un’eventuale assenza scandalizzerebbe la cerchia di conoscenti. “Mancavi solo tu” ci direbbero con una sorta di compatimento misto a commiserazione. Gli adulti, in questo difficile momento, possono rinunciare al necessario, ma guai a privare i propri figli del clima di fugacità che queste feste di volta in volta gli riservano. Ed allora avanti tutta. Lasciamoci avvolgere da questa giostra di festosità ingannevole ed illusoria. I festeggiamenti fondati sull’interesse e sul profitto possono determinare un effimero senso di ebbrezza, ma escludono categoricamente il senso profondo delle emozioni scaturite dalla semplicità e dalla genuinità dei sentimenti.